One thought on “PERIFERIE”

  1. Periferie
    Le periferie mi hanno sempre affascinato, soprattutto di notte. Ricordo che, da ragazzo, se viaggiavo di sera, mi attaccavo al finestrino dell’autobus o del treno, per scorgere i particolari delle fabbriche lungo le strade statali o la ferrovia; i riflessi metallici dei macchinari, illuminati dalla luce livida dei lampioni stradali; il fumo denso, spettrale, delle ciminiere altissime e spesso colorate, che si perdevano nel cielo nero. La sensazione che più mi davano questi paesaggi industriali era l’angoscia; ma provavo, e provo tuttora, un fascino irresistibile per questo mondo altro, che vive solo di notte.
    Sul dizionario Zingarelli si legge che la parola “periferia” deriva dal latino “peripheria”, e questo dal greco “periphereia” (“circonferenza”), da “peripherein” (“portare intorno”); ha due significati principali: il primo è “circonferenza, perimetro”; il secondo, quello che sottende tutta la mia opera, è “parte o zona più esterna rispetto a un centro”. In questo progetto, ho inteso infatti la periferia nel suo senso di estremità (della città), di limite, di confine. E’ la zona remota, l’estremo lembo del centro urbano, a diretto contatto con la campagna, con il paesaggio rurale (che forse ancora conserva qualcosa di puro, di primitivo, di sacro, radici lontane). E’ il luogo, metafisico innanzitutto, dove avviene una “commistione”: tra città e campagna, tra centro urbano e zone limitrofe, tra interno ed esterno. Dunque, la periferia come zona di scontro/incontro tra uomo e natura, nella quale entrambi “convivono”, e dalla quale scaturisce un mondo altro, sostanzialmente diverso.
    Ho scelto di fotografare a colori, e soprattutto ho scelto di fotografare di notte, perché di notte le tonalità sono spesso stravolte. La luce artificiale è fredda, non in senso cromatico (la luce dei lampioni stradali è infatti spesso gialla o arancione), ma in senso percettivo; è livida, mostra la propria natura di artificio, di “finzione”. E’ una luce “teatrale”, direzionale quasi, che, a differenza di quella diurna, fa risaltare alcuni elementi della realtà a discapito di altri. Trattandosi di riprese notturne, in queste immagini gioca un ruolo fondamentale proprio la luce dei lampioni stradali, che “plasma” il paesaggio industriale. Un altro elemento cui ho dato rilievo nella mia ricerca è la desolazione, il senso di abbandono, che suscita la periferia quando è deserta. Piazzali solitamente brulicanti di attività, con gli operai al lavoro, si danno vuoti, immobili; viali trafficati si presentano deserti, fermi, con gli automezzi e i rimorchi parcheggiati ai lati, resi vivi soltanto dai camionisti che dormono nelle cabine. Le industrie, desolate nella propria immensità. E, su tutto, si percepisce il silenzio, quasi irreale. Interrotto soltanto da qualche auto che percorre una strada o da qualche T.I.R. che parte solitario da un deposito. Oppure dal sordo rumore dei macchinari che devono funzionare a ciclo continuo. O ancora dallo sferragliare lontano di un treno merci sui binari.
    Sembra quasi di udire l’urlo notturno della periferia industriale, il mormorio sommesso degli elementi meccanici che lavorano instancabilmente; gli sbuffi di fumo delle ciminiere sono quasi umani, ma di un’umanità feroce, stravolta, allucinata. La notte si mostra quindi come realtà altra, come rovescio della medaglia: un’atmosfera irreale domina la periferia; la luce naturale si dissolve in quella artificiale, che squarcia il nero della notte, generando visioni da incubo. L’alienazione diurna del lavoro dell’uomo lascia il posto all’allucinazione notturna. Solo la luce, solo i colori, seppure artificiali, lasciano viva una tenue speranza.
    Alcune immagini di Periferie sono state esposte alla mostra collettiva “Alfabeto di periferia” (Cascina Grande di Rozzano, maggio 2006): “Giunta la notte, il mondo della periferia si svuota, tutto risulta abbandonato, immerso nel silenzio. La luce naturale si dissolve allora in quella artificiale creando atmosfere irreali, fatte di cancellate, tralicci, pali segnaletici che non indicano più nulla a nessuno” (Gigliola Foschi).

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